Un amore di plastic

20 giugno 2010

Ieri sera gran divertimento al plastic di Milano. Come di consueto gran fila per varcare la soglia, tutti in coda nella speranza di entrare nel posto più trasgressivo di Milano. Perché se vai al plastic sei un gran figo. E se entri dopo due ore di fila, magari anche sotto la pioggia, sei ancora più figo. Attenzione però, non bisogna cedere alla tentazione di fissare buttafuori e proprietario con sguardo implorante, perché altrimenti si perde un pò di fascino e di mistero, che sono le vere armi per entrare nel locale. L’imperativo è resistere anche sotto la pioggia, anche se vuoi bere, anche se vedi i fortunati che escono per fumare e hanno il privilegio di poter rientrare, mentre tu sei fuori, con gli amici, e avete le palle che raschiano l’asfalto ma siete orgogliosi e determinati, un nuovo giorno sta per iniziare e voi non avete ancora iniziato a ballare. Il mio è un caso fortunato. Appena arrivo vedo la fila ma vedo prima di tutto il proprietario e così, subito, gli chiedo di entrare. Aspetto le mie due amiche che stanno parcheggiando e ci fanno subito entrare. Neanche mezzo minuto di fila, che culo! Iniziamo bene, anche se non so se sia certamente culo. Qualche sera prima avevo cenato nel nuovo ristorante del proprietario del plastic. Il nuovo ristorante ha sostituito un’osteria che frequentavo qualche tempo fa, si chiamava Brocantage ed era gestita da un vecchio signore che non vedeva l’ora di vendere tutto per andare finalmente in pensione. Al Brocantage si mangiava discretamente ma si spendeva poco. Ampio giardino, cucina casalinga, proprietario cordiale. Ora è completamente ristrutturato, il giardino è diventato un’oasi, i camerieri sono tutti vestiti di bianco e non ci sono più zanzare. Il nuovo proprietario si preoccupa di farci avere dei buoni posti e ogni tanto viene per informarsi se va tutto bene. Poche portate e prezzi elevati. Proprio niente a che vedere col vecchio Brocantage. Ho avuto da ridire sulla fiorentina quasi carbonizzata, il proprietario ha accettato la critica perché sono ancora alle prime armi, e si vede. Comunque, tornando al plastic, dubito che il proprietario mi abbia riconosciuto ma mi ha fatto entrare subito. Ad attenderci c’era la solita marea di gente inscatolata, era praticamente impossibile muoversi e ancor meno ballare. Un classic insomma. Ad un certo punto l’insofferenza dei buttafuori e dello stesso proprietario raggiunge l’apice. Iniziano ad urlare, a dire che non si può uscire. Noi e molti altri volevamo andare a fumare, i buttafuori continuavano ad urlare. Poi ad un certo punto il livello di incomprensione genera il delirio, il proprietario, il buon ristoratore, mi urla “FUORIIIIIIII!!!”. Ero già proiettata verso l’uscita, intenzionata ad abbandonare quel posto così in-civile, ma non prima di recuperare le nostre consumazioni. Così raggiungo il bar a suon di spintoni dati e ricevuti e ordino due gin lemon. Mentre cercavo nella borsa il secondo tagliando della consumazione, il barista, che nel frattempo aveva già confezionato il mio drink, mi dice infastidito “Guarda che se non mi dai due tagliandi non ti do il secondo gin lemon”. Bene. Gli sbatto sul bancone il secondo tagliando raggiungo le mie amiche e ci dirigiamo immediatamente verso l’uscita. E pensare che volevo divertirmi. E pensare che volevo ballare. E pensare che volevo far conoscere alla mia amica venuta dalla Romagna un bel posto. E pensare che questo famoso plastic deve chiudere. Il proprietario trasformato in buon ristoratore ce l’aveva detto il 4 luglio probabilmente chiude il plastic. Non c’è niente da fare, i proprietari del locale vogliono vendere. Allora mi dico: meglio chiudere bottega (bottega aperta nel 1980) in maniera dignitosa, con la consapevolezza che le cose iniziano e finiscono, non per forza bisogna far continuare a vivere le cose in un contesto degenerato e ormai insofferente. Continuare a tener aperta la bottega solo per la fama o solo per il ricordo di un passato glorioso è come tentare di resuscitare un amore ormai finito. Non c’era amore ieri sera. Sembravano tutti stanchi, sclerati, imbestialiti. Sino all’altro giorno dicevo che era un delitto chiudere il plastic. Oggi, domenica 20 giugno, dico che è meglio che chiuda per fare in modo che le impressioni del presente non intacchino in nessun modo uno splendido passato.