E’ domenica, è luglio, è Milano. Abito in una zona abbastanza periferica, il mio palazzo dà su un vialone in cui ogni giorno sfrecciano centinaia di macchine. In mezzo al vialone c’è un serpentello verde, è uno spartitraffico trasformato in parchetto, ci sono pure i giochi per i bambini, c’è un castello, in mezzo al traffico, in mezzo al casino. Mi fanno pena quegli alberi con le foglie color verde sbiadito, intrise di polveri e di fumi micidiali. Qualche volta ho sostato in quel parchetto, quando ancora mi sembrava bellissimo, e ci trovavo il ragazzo che pisciava sulla siepe e le giostre vuote e in movimento che attendevano bambini inesistenti. La mia finestra dà sul cortile interno del mio palazzo, quel cortile che ogni mattina la portinaia pulisce per benino. E’ un bel cortile ampio e molte volte ho pensato che sarebbe stato bello organizzare delle feste di palazzo. I miei vicini sono quasi tutti immigrati e quasi tutti gentili. Dicono che Milano sia una città poco ospitale ma oggi io ho assistito ad una calda lezione di ospitalità. Quando sono rientrata dalla mia gita domenicale (tenutasi nella piscina di plastica piazzata su un orto qua vicino) annusavo nell’aria qualcosa di diverso, qualcosa di buono. Appena entrata nel palazzo mi sono accorta di un insolito via vai nel cortile. Quando sono entrata nel cortile, in genere luccicante e deserto, c’erano diverse persone che si apprestavano ad imbandire una tavola. Altre bevevano e mangiucchiavano, altre ancora boccheggiavano sulle sdraio. C’era addirittura la musica e i cuba libre e… udite, udite… c’era una piscina di plastica gonfiabile colma d’acqua! Ero notevolmente stupita e il mio saluto, di solito serio e formale si è trasformato in un sonoro  e grande “ciaao!”. Erano tutti lì la portinaia, i filippini, i saudamericani, anziani e bambini. Tutti lì a condividere il cibo, il caldo le ferie. Non ci potevo credere. C’era ancora qualcuno disposto ad uscire dal proprio guscio di diffidenza mascherata da indifferenza per unirsi assieme agli altri, a quegli sconosciuti che ci passano di fronte ogni mattina ai quali rivolgiamo niente meno che un riluttante sguardo. Erano tutti lì che se fregavano delle differenze, delle lingue  e dei colori della pelle. Sinora questo è uno dei più bei volti che ho visto di quella cosa che si chiama immigrazione. Immigrati. Una parola che spesso mette a disagio, non si sa di che si parla ma mette angoscia, inquietudine, paranoia. Immigrazione è una di quelle cose che leggi nei titoloni scuri e intimidatori dei giornali. Mica la si vede! Si sa che esiste e che è negativa. E’ quell’omone che ti ruba il lavoro, ti maledice nella sua lingua e mangia i bambini. E’ quella donna piena di veli che ti nasconde il volto, ruba al mercato e fa solo figli. E invece no. Immigrazione è quello spiraglio di vita nel caldo opprimente di questo luglio, sono quegli sguardi felici e complici, sono quei balli comuni e improvvisati sulle note di una lambada o di una maccarena. Non è un sogno, accade sotto casa mia.

ps: voglio essere polemica. I luoghi comuni con cui ho dipinto gli immigrati esistono. Molti ora dicono che è acqua passata, roba di vent’anni fa, sono come noi, sono integrati. Integrati nel senso che ognuno si fa i fatti suoi. E questa non è integrazione. Il rendersi invisibili non è segno di integrazione.

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