Avviso: sto per parlare di facebook. Se mentre leggi questo articolo ti viene un prurito, ti si rizzano i peli, arrossisci di collera, lascia stare. Cambia pagina, non è per te.

Ci sono molti segnali che mi fanno pensare che facebook sia uno strumento limitato e limitante. O se ne parla in maniera positiva, e per farlo, devi averlo e se ce l’hai allora perché critichi? O se ne parla in maniera negativa e quindi probabilmente non ce l’hai, e se non c’è l’hai, se non l’hai vissuto, che parli a fare? Io ora, per poterne parlare, mi trovo in una posizione ottimale: ce l’avevo per due anni e poi mi sono cancellata. Facebook fa leva sull’ipnotizzante gioco del “passaparola”. In tutti i passaggi, dall’iscrizione, alle amicizie, ai giochi, ai gruppi, c’è sempre di mezzo un passaparola. Qualcuno fa o dice qualcosa prima di te e tu condividi. Prima di annullare il mio account definitivamente mi sono chiesta: ma perché mi sono iscritta? E mi ricordo che mi sono iscritta in seguito alle affermazioni di un’ amica che mi diceva “ma che invenzione geniale! Ge-ni-a-le! Ci sono tutti i miei amici, che bello, ti devi iscrivere!”. E io, che ancora non avevo capito niente, le chiedevo “ma che cos’è? Ma come funziona?” e lei vaga “mah… tu ti iscrivi e poi fa tutto da solo, se non ti iscrivi non puoi vedere, non puoi capire”. Allora io, che conservavo un briciolo di diffidenza, una sera, ho cercato Facebook su Google. Mi appariva una schermata e tutto si riduceva a due cose: accedi o registrati. Niente da fare, per conoscere quel mondo dietro la pagina bisognava per forza iscriversi. E dunque mi sono iscritta. Le ripetute estasi che provava la mia amica, in seguito a commenti o a nuove amicizie, io non le ho mai provate. Era sconvolgente per me scrivere un nome (facebook è reso famoso sopratutto per il  fatto che puoi recuperare o sbirciare il profilo di persone remote) e vedere che si apriva una pagina e se questa era una persona per me sgradevole, temevo di cliccare per sbaglio “aggiungi agli amici”. Per molto tempo ce l’avevo là, silenzioso e a volte mi faceva quasi paura.

Molte persone non appena si accenna una battuta o una critica sul fantastico social network, tappano occhi e orecchie, ma non solo, ti insultano. E’ come se tu stessi attaccando la loro divinità. Sono agguerriti.  Altri tendono a sminuire di fronte a te l’importanza di facebook, ma lo fanno per nascondere la loro quotidiana dipendenza. Altri ancora, non importa ciò che dirai, dicono subito che chi critica facebook non ne capisce l’importanza. Poi c’è chi non ce l’ha affatto e dunque non sa di che si parla.

Tornando alla mia eliminazione da facebook posso dire che sono due gli elementi che mi hanno spinto a scegliere di non esserci. Punto primo. Non riesco ad adattarmi al carattere selettivo e categorico che ha assunto ogni singolo tentacolo di facebook. Sei amico o non sei amico. Ci sei o non ci sei. Sei fan o non sei fan. Su facebook non esiste una via di mezzo, per far in modo che tu esista devi essere una cosa o l’altra. E, badate bene, si può aderire liberamente a tutto senza dare nessuna spiegazione, basta un click per non dire la tua. E’ questa una delle supreme e subdole comodità a cui è giunta la nostra modernità.

Punto secondo, la questione delle amicizie. L’idea di recuperare dei rapporti, come dicono in molti, non è malvagia. Uno fresco di iscrizione, come punto di partenza, va alla ricerca di tutti quei nomi di gente conosciuta e poi persa. Ma non si rende conto che questo è un punto morto. Facebook tenta, in maniera grossolana e superficiale di dare una risposta ad uno dei quesiti più affascinanti della vita: che fine fanno i rapporti fra esseri umani? E’ semplice, non devi fare niente, devi solo cercarli su facebook e così ci facciamo carico di persone dalle quali ci siamo allontanati (per tutte le nostre buone ragioni, ai tempi in cui ci inventavamo delle ragioni!) e che altrimenti non avremmo mai cercato. E ad un certo punto ce li ritroviamo là contati, ammucchiati e confezionati sullo schermo: il compagno di banco, il cugino, l’ex amica del cuore, l’amico di amici, il padre di chissà chi, l’ex fidanzato. Sembrano tanti bei prodotti, già perché alla fine ognuno produce se stesso, ma assomigliano a dei barattoli di latta, li abbiamo rispolverati ma sono vuoti. Vuoti nel senso che continueranno a non influire nella nostra esistenza. Dovrei dunque tenermeli buoni (come dicono in molti, perché non si sa mai nella vita…) esposti alla pubblica indifferenza? No grazie. Quando ho capito tutto questo ho deciso di lasciare il mondo blu di facebook. Cosa mi rimane? Un profondo disgusto per faccine e sorrisini e tanto affetto per il mio ristretto gruppo di amici.