Elezioni comunali

1 giugno 2010

E’ vero mi sono astenuta tante volte. Ho rotto un digiuno durato otto anni. La mia prima volta a 18 anni. La seconda a 26 anni. Durante questi otto anni vivevo il riflesso di ciò che succedeva, vivevo le emozioni degli altri, donavo il mio sostegno invisibile a chi perdeva o a chi festeggiava. Ero una buona spalla ma non ero protagonista. Facevo grandi riflessioni, elargivo sentiti commenti con la consapevolezza di non essere completamente parte di loro. “Chi hai votato?” mi chiedevano “nessuno, non sono scesa a votare, ma spero che vinca x perché bla bla bla bla”.  Talvolta mi sembrava di leggere negli occhi di chi mi ascoltava “è tutto molto bello, ma non hai votato”. Quest’anno però sono riuscita a votare per le elezioni comunali nel mio paese. Dopo anni di assenza, nonostante il mio interessamento impalpabile, potevo comunicare a tutti che la mia presenza si sarebbe trasformata in voto. Nella mia candida ingenuità fremevo e chiedevo a chiunque un parere sulle elezioni, un commento sui candidati, una piccola previsione. Ero molto “lanciata” e pensavo di strappare tante informazioni e curiosità sui candidati e sulle liste. In giro, al bar solito, trovavo i programmi delle liste e li leggevo attentamente, poi davo un’occhiata ai candidati e mi consolavo pensando che per lo meno avevo presente chi fossero. Una volta arrivata in paese mi aspettavo di trovare tante riunioni, tanto coinvolgimento, qualche comizio, un incontro pubblico. Invece mi attendeva il niente. Quel niente che caratterizza le giornate di freddo pungente in cui nessuno esce di casa, nessuno di fa sentire. Inoltre, a poco a poco, mi rendevo conto che la gente non aveva voglia di parlare. Erano tutti molto vaghi, poco spontanei, ci pensavano bene prima di dir la loro e aspettavano sempre di sentir prima il tuo parere, solo dopo avrebbero detto il loro, sorridendo. Finalmente un giorno avevo trovato un volantino che diceva ci sarebbe stato un comizio fissato per il giorno dopo. Ero entusiasta, potevo sentire dal vivo le proposte dei candidati. Pensavo che ci sarebbe stato un grande pubblico, come quello che di solito affollava le feste in piazza. Ci doveva anche essere musica dal vivo! L’appuntamento era fissato per le 21.00. Conoscendo le abitudini e i sacrosanti ritardi dei miei paesani mi presento in piazza con mezz’ora di ritardo. Una musica tentava di distrarre dal vuoto che inevitabilmente affollava la piazza. Non ci potevo credere! Decido di andare al bar per far passare un po’ di tempo ancora, perché i miei paesani sono degli inguaribili ritardatari. Ad un certo punto il comizio stava iniziando, un ex sindaco faceva un’introduzione prima di presentare il candidato della lista. La noia che mi procuravano le sue parole non mi permettevano di guardarlo mentre parlava, in realtà non riuscivo neppure ad ascoltarlo e mi guardavo attorno, convincendomi del fatto che quell’evento aveva richiamato si e no cento persone, ma anche meno. Quando il candidato sindaco ebbe finalmente preso la parola un’altra manciata di persone si era aggiunta a quelle che stavano già in piazza. La grande ondata di gente non ci sarebbe mai stata. Si potevano riconoscere amici e parenti dei candidati, qualche infiltrato e pochi curiosi. Il candidato sindaco parlava, si notava la sua volontà estrema di comunicare, calcava le parole, gesticolava. Diceva cose sante e giuste, tutte quelle cose di cui amano riempirsi la bocca molti politici italiani. I discorsi erano retorici ma non poteva essere diversamente. Quel comizio aveva tutta l’aria di esser stato organizzato in fretta e furia, era un modo per esserci, a due giorni dalle elezioni. Il candidato ha fatto un breve discorso, pensavo che altri avrebbero preso la parola, ma invece niente. Invece, musica! Ma se due giorni prima delle elezioni si trovava raramente qualcuno disposto a parlare di elezioni, quando mancava un giorno alle elezioni pareva fosse esploso il boom della politica. Sentivo pareri e opinioni da tutte le parti, senza nemmeno chiedere niente. Quasi tutti, al bar, in famiglia, ovunque erano disposti a dire la loro, fare previsioni, delineare futuri scenari, individuare fannulloni e brave persone. Tutti erano diventati bravi a fare delle piccole propagande elettorali e lo si capiva perché alla fine dei vari discorsi spuntava fuori il nome della persona che loro consigliavano vivamente di votare, per il bene del paese. Tutto era cambiato da un giorno all’altro e io non ci capivo più niente, le mie convinzioni personali venivano smontate felicemente, me lo dicevano con un sorriso, come a voler dire che le mie tesi erano simpatiche in teoria, ma la pratica andava vissuta giorno per giorno, cosa che io, abitando molto lontano, non potevo fare. La mia estraneità dai fatti del paese veniva vista bene e ovunque si materializzavano sorrisi, pacche e dignitose strette di mano. Il mio stupore ha potuto manifestarsi in tutta la sua evidenza proprio la mattina delle elezioni. Infatti venne, non a bussare alla mia porta bensì a squillare sul cellulare, la voglia matta di sentirmi di un mio lontano parente, che si era candidato per le elezioni. Non potei fare a meno di ascoltare incuriosita tutta la telefonata di questo signore che non vedevo da quando avevo compiuto 18 anni. Nonostante sapessi qual’era lo scopo di chi mi chiamava, la telefonata mi fece piacere. Mi venne in mente Proust <<(…) la diversità degli uomini, pur senza aspettarmi niente da loro o loro volergliene, mi incuriosiva, non feci caso alla sua meschinità, mi compiacqui della sua allegria quando si manifestò (…)>>.