Concentrico

8 giugno 2011

Cartolina da Milano

23 marzo 2011

A Milano, se c’è qualcosa che non manca sono cartelli, insegne e pubblicità di ogni genere, formato e tipo. Questo sulla destra è un esempio di coabitazione politica in suolo pubblico. Percorro questa strada ogni giorno (siamo all’incrocio via Ripamonti- via Quaranta) e questo tratto ha subito dei piccoli mutamenti, ultimamente. All’inizio vi erano i lavori, vedi rete arancione. Poi comparve la Moratti, addobbata con caschetto protettivo. E, infine, toccò al cartello fatto in casa, il quale, ieri figurava attaccato grossolanamente alla rete arancione, mentre oggi godeva di una posizione di rilievo, al fianco (anzi prima) del sindaco. L’accostamento delle sue figure è curioso. La Moratti è incorniciata nella teca di plexiglas, in un punto della città che non è sicuramente chic ma alla portata di tutti. E poi, da brava donna di mestieri è collocata proprio vicino ad un cantiere. Il cartello fatto a mano è attaccato al palo, messo in posizione strategica, scritto su entrambe le facciate, entra a far parte del traffico, del movimento mattutino. L’Italia è rossa, un pò per l’imbarazzo e un pò perché è in bolletta. Ma dell’imbarazzo ce ne freghiamo, è un sentimento che alla lunga rompe il cazzo. Gli scandali non son belli finché durano. Gli scandali stuccano. Berlusconi ha capito bene una cosa che un tempo urlavano i rossi “Ora e per sempre resistenza”. Quanto alla bolletta poi, ci pensa il debito. Si scrocca finché si può.

Ma volevo soffermarmi un attimo sul sindaco uscente e in particolare su questa foto. Me la sono immaginata nello studio del fotografo. Me la vedo che segue le indicazioni e un pò improvvisa, come fanno le fotomodelle. Vedo i fotogrammi di lei seria, di profilo, testa giù, testa su, spavalda, musetto da cerbiatta, sindaco intrigante, sindaco serio, il lavoro è una cosa seria, brava così! Non ti muovere, naturale ecco, il sindaco che tutti vorrebbero, il sindaco che sorride, si bene così, sorriso, perfetto…anche questo, benissimo, aggiusta un pò la piega, tocca il cappello, no! Sfioralo, con classe…così, è un cappello che farà tendenza, la tua linea, brava, bene il sorriso, ancora, che vitalità, sindaco! Sorridi alle persone, ai tuoi milanesi, ti guardano… pensa all’EXPO, ti ricorda qualcosa? Ecco, il sorriso… questo è un sorriso convincente! Sei grandiosa.

Vedete spalancarsi il futuro dalle labbra di Letizia?

 

E’ iniziata ieri al Teatro Franco Parenti di Milano una rassegna dedicata a Pier Paolo Pasolini.  Non mi dilungherò sul ruolo svolto da Pasolini nella nostra società. Quelli della mia generazione non l’hanno conosciuto direttamente ma l’hanno letto, studiato e immaginato attraverso i libri, le poesie, i documentari e i film. E’ così che sopravvivono i poeti. Tutto il sudore che hanno versato sui libri, tutto il tempo dedicato agli studi sarà la fertile terra per i giardini del pensiero futuro. E’ proprio così? Forse, in una visione romantica e lontana. Facile parlare di uno morto ammazzato. Ucciso il 2 novembre del 1975. Un corpo preso a calci e pugni sino alla fine. Sangue che cola, ossa infrante, batoste inutili, sino alla fine. Morto ammazzato come tanti. E non stiamo a domandarci cosa sarebbe stato se… se? Se oggi ci fosse… se? Morto ammazzato, ripetiamolo. Prendiamo le sue opere e studiamolo.

La rassegna al Franco Parenti comprende due sezioni. Rassegna cinematografica “Sguardi”: una serie di proiezioni, film, documentari, interviste, tutti i giorni alle 18:00. Rassegna di 3 spettacoli teatrali: “La Ricotta” regia di Antonello Fassari, “Lettere a Silvana” lettura di Filippo Timi, “MOTUS. Come un cane senza padrone” ideato e diretto da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, produzione MOTUS.

Per visionare il calendario completo: http://www.teatrofrancoparenti.it

Se vi capita di passare per Carugate (Mi) vi consiglio di fare un bel giretto nel centro del paese. Qualche settimana fa si è conclusa la I edizione della Biennale di Arte Pubblica e alcuni gruppi di artisti hanno collocato le proprie opere in diversi punti della città.

Nel muro che delimita il giardino della sede del Comune è stata fissata una lunga striscia di plexiglas (30mx30cm). Il progetto è stato realizzato da Rita Correddu in collaborazione con Stefania Arru e si intitola “Trentacinquemetri circa”. Nella Guida alla lettura dell’opera si legge “Trentacinquemetri circa, una forma, una lunghezza che non è una distanza ma un luogo, un luogo comune. Parole e immagini (…) scorrono per trenta metri: non si tratta di una lunghezza ma di un tragitto dalla durata indefinita”.

Vista da lontano quest’opera appare come una leggerissima pellicola, un nastro, un lungo negativo; man mano che ci si avvicina si scorgono chiaramente i testi e le immagini sottostanti che accompagnano, passo dopo passo, sino alla fine dell’opera e del muro.

Incuriosita dall’opera ho rintracciato e intervistato l’artista Rita Correddu.

“Trentacinquemetri circa” è il titolo del progetto che avete realizzato a Carugate (Mi) ci può dire in cosa consiste?

E’ un intervento architettonico site-specific, accompagnato da una guida alla lettura, un libro d’artista, prodotto in 200 copie. In realtà è anche altro. E’ la ricerca di una risposta ad una domanda: che cos’è per sempre? E’ un’esperienza di dialoghi, di altre esperienze, di racconti, di immagini preziose. E’ la volontà di comprendere e comprendersi nella vita degli abitanti di Carugate, anche se per un breve periodo di tempo, quattro giornate e una settimana, in cui sono però sono maturati rapporti veri, sinceri. Trentacinquemetri circa è una dimensione pubblica allo stesso tempo intima e profonda che vuole suggerire la possibilità di un altro spazio e di un altro tempo.

Quali sono state le fasi che hanno portato alla realizzazione del progetto?

Tutto è iniziato dalla commissione istituzionale: sono stata invitata a pensare un progetto di arte pubblica per la città di Carugate, un lavoro permanente che nascesse da una collaborazione con altri artisti e che diventasse un’occasione di coinvolgimento diretto degli abitanti stessi della città. Ho scelto di collaborare con Stefania Arru che è una scrupolosa osservatrice del presente, capace, attraverso le parole, di offrire una particolare lettura della società. Mi interessa lavorare sull’osmosi tra immagini e parole. Dopo il primo sopralluogo abbiamo immediatamente identificato il luogo in cui la ricerca avrebbe preso forma: un muro lungo appunto trentacinque metri circa. Da subito abbiamo lavorato con la chiara volontà di introdurci dentro la città, dentro le case degli abitanti di Carugate, dentro le loro vite: un’invasione pacifica e discreta, per cercare momenti da condividere. Altrettanto immediata è stata la visione immaginaria di un muro che non fosse più muro ma finestra, porta, non confine ma apertura, non barriera ma luogo. Mai abbiamo pensato di cambiare la realtà, ma solo di renderla più evidente per offrirla a nuove contemplazioni: l’evidenza di un muro, di pensieri e immagini da condividere.

Che tipo di ruolo dovrebbe avere l’arte pubblica rispetto al rapporto con i cittadini?

Metterei tra parentesi la parola “pubblica”, parlerei dell’arte, del rapporto dell’arte con la città, la città che non è lo spazio urbano ma lo spazio umano: l’arte questo deve ricordarlo, lavorando in questo spazio, sempre di più.

Ritieni che questo progetto si sia avvicinato ai cittadini di Carugate?

Il lavoro concluso, su quel muro, è di fatto dei cittadini di Carugate, è stato pensato per loro e con loro, mi auguro solo lo sentano tale.

Quindi quel muro diventerà un nuovo “luogo di identità”?

Il senso delle cose dipende dalla volontà di riconoscerlo. Per me quel muro è già luogo anche della mia identità, credo che possa esserlo già anche per tutte le persone che l’hanno toccato o che si sono soffermate a camminarci di fianco o anche solo a guardarlo da lontano. E’ sicuramente un luogo dove si incontrano identità comuni e identità individuali.

“Che cos’è per sempre” è la domanda che avete rivolto ai cittadini, tu come risponderesti?

Prima non avrei saputo rispondere, adesso userei le parole degli abitanti di Carugate.

Avete fatto pubblicare il libro “Trentacinquemetri circa guida alla lettura” in cui emerge una fusione tra arte e letteratura, secondo te  nel contesto culturale contemporaneo è possibile unire le forze, artistiche e letterarie, in questo caso, per raccontare la società che ci circonda?

Credo che l’interdisciplinarietà strutturi saldamente un linguaggio. Credo che la stessa condivisone che genera i contenuti di un lavoro ne costruisca anche la forma. Credo che ciò sia assolutamente possibile, complesso, rischioso ma doveroso e sicuramente possibile.

Trentacinquemetri circa Guida alla lettura è un libro che racchiude tutto il materiale utilizzato per comporre la striscia di plexiglas: le immagini e il testo che amalgama le risposte dei cittadini alla domanda “che cos’è per sempre?”. Sono inoltre presenti dei testi di Stefania Arru, dei brevi ritratti anonimi “una raccolta di particolari punti di vista, di eteree sensazioni, di fuggevoli emozioni frutto dello scambio di rapporti con i cittadini di Carugate”. Ho scelto uno di questi testi che pubblico di seguito:

<<Protetto da piante verdi di ogni sorta, vive in una casa, in un guscio di legno. Affollano il suo mondo, pendoli che battono le ore e immagini di donna e di suoni che non esistono più. Il tempo scandito dal battito, dal tocco di un pendolo che suona le ore e segna i minuti, rendendo giustizia alla musicalità interrotta di un pianoforte imponente e chiuso. I libri racchiudono immagini di affetti mai sbiaditi, e una volta aperti, sprigionano un mondo fatto di altri tempi, di ricordi, di felicità mai perdute per sempre. Tali affetti, alimentati con rigorosa metodicità, vivono in un’abitudine nuova scavata nel tempo. E se l’amore non può essere unico, e se gli amori possono essere tanti e diversi, cosa rimane di un legame che il destino ha voluto spezzare, che cosa rimane di una parentesi sarà in sospeso?>>



Ieri pomeriggio, in occasione dell’Immigration Day, ho assistito a due proiezioni interessanti:  “Soltanto il mare” di Dagmawi Yimer e “Il Sangue Verde” di Andrea Segre.

Dagmawi Yimer, etiope, entra in Italia nel 2006 come clandestino. A distanza di quattro anni torna a Lampedusa con la telecamera, per raccontare l’isola ed intervistare gli abitanti. Riflettori puntati su una Lampedusa diversa, un’isola abitata e raccontata dai pescatori e dagli abitanti del posto. Bellissime le musiche di Nicola Alesini.

“Il Sangue Verde” è una raccolta di punti di vista di alcuni dei raccoglitori di arance dopo i fatti di Rosarno. Ragazzi che raccontano la loro vita, il lavoro, le speranze. Spiegano come si è arrivati alla rivolta, mostrano le condizioni in cui erano/sono costretti a vivere. Sarebbe stato interessante raccogliere anche i punti di vista dei cittadini di Rosarno, l’unico cittadino che viene intervistato è l’ex sindaco del paese, consapevole del fatto che la situazione esplosa a gennaio ha radici profonde risalenti a parecchi anni prima. Anni di silenzi e lavoro nero, anni di potere mafioso che si pone come anello di congiunzione tra sfruttatori e sfruttati.

E’ domenica, è luglio, è Milano. Abito in una zona abbastanza periferica, il mio palazzo dà su un vialone in cui ogni giorno sfrecciano centinaia di macchine. In mezzo al vialone c’è un serpentello verde, è uno spartitraffico trasformato in parchetto, ci sono pure i giochi per i bambini, c’è un castello, in mezzo al traffico, in mezzo al casino. Mi fanno pena quegli alberi con le foglie color verde sbiadito, intrise di polveri e di fumi micidiali. Qualche volta ho sostato in quel parchetto, quando ancora mi sembrava bellissimo, e ci trovavo il ragazzo che pisciava sulla siepe e le giostre vuote e in movimento che attendevano bambini inesistenti. La mia finestra dà sul cortile interno del mio palazzo, quel cortile che ogni mattina la portinaia pulisce per benino. E’ un bel cortile ampio e molte volte ho pensato che sarebbe stato bello organizzare delle feste di palazzo. I miei vicini sono quasi tutti immigrati e quasi tutti gentili. Dicono che Milano sia una città poco ospitale ma oggi io ho assistito ad una calda lezione di ospitalità. Quando sono rientrata dalla mia gita domenicale (tenutasi nella piscina di plastica piazzata su un orto qua vicino) annusavo nell’aria qualcosa di diverso, qualcosa di buono. Appena entrata nel palazzo mi sono accorta di un insolito via vai nel cortile. Quando sono entrata nel cortile, in genere luccicante e deserto, c’erano diverse persone che si apprestavano ad imbandire una tavola. Altre bevevano e mangiucchiavano, altre ancora boccheggiavano sulle sdraio. C’era addirittura la musica e i cuba libre e… udite, udite… c’era una piscina di plastica gonfiabile colma d’acqua! Ero notevolmente stupita e il mio saluto, di solito serio e formale si è trasformato in un sonoro  e grande “ciaao!”. Erano tutti lì la portinaia, i filippini, i saudamericani, anziani e bambini. Tutti lì a condividere il cibo, il caldo le ferie. Non ci potevo credere. C’era ancora qualcuno disposto ad uscire dal proprio guscio di diffidenza mascherata da indifferenza per unirsi assieme agli altri, a quegli sconosciuti che ci passano di fronte ogni mattina ai quali rivolgiamo niente meno che un riluttante sguardo. Erano tutti lì che se fregavano delle differenze, delle lingue  e dei colori della pelle. Sinora questo è uno dei più bei volti che ho visto di quella cosa che si chiama immigrazione. Immigrati. Una parola che spesso mette a disagio, non si sa di che si parla ma mette angoscia, inquietudine, paranoia. Immigrazione è una di quelle cose che leggi nei titoloni scuri e intimidatori dei giornali. Mica la si vede! Si sa che esiste e che è negativa. E’ quell’omone che ti ruba il lavoro, ti maledice nella sua lingua e mangia i bambini. E’ quella donna piena di veli che ti nasconde il volto, ruba al mercato e fa solo figli. E invece no. Immigrazione è quello spiraglio di vita nel caldo opprimente di questo luglio, sono quegli sguardi felici e complici, sono quei balli comuni e improvvisati sulle note di una lambada o di una maccarena. Non è un sogno, accade sotto casa mia.

ps: voglio essere polemica. I luoghi comuni con cui ho dipinto gli immigrati esistono. Molti ora dicono che è acqua passata, roba di vent’anni fa, sono come noi, sono integrati. Integrati nel senso che ognuno si fa i fatti suoi. E questa non è integrazione. Il rendersi invisibili non è segno di integrazione.

La Buona Novella

2 luglio 2010

Ieri sera nell’aula Carlo De Carli del Politecnico di Milano (via Durando 10) si è tenuto un bel concerto basato su “La Buona Novella” di Fabrizio De André del 1970. “La Buona Novella” usciva nel periodo infuocato della lotte studentesche, album del periodo sessantottino, ma per contenuti e significati proiettato nel futuro post-post sessantottino. <<La buona novella, pubblicata in piena contestazione studentesca, non fu capita. Perché fra la rivoluzione di Gesù e quella di certi casinisti nostrani c’era una bella differenza: lui combatteva per una realtà integrale e piena di perdono, altri combattevano e combattono per imporre il loro potere>> (F. De André, Come un’anomalia, Einaudi, 1999). Infatti è arrivato intatto sino a noi e nel 2010 viene riproposto, riletto e risuonato da David Riondino, Chiara Riondino, Fabio Battistelli, Angelo Lazzeri, Alessandro Giachero, Milco Merloni, Mauro Giorgeschi, la Banda d’Affori e il Coro dell’Università degli Studi di Milano. Un vero e proprio concerto di voci, suoni, strumenti, persone; un palco strapieno di gente, quasi a voler dar l’idea che in un palcoscenico chiunque, attraverso il proprio strumento, può contribuire a materializzare un centimetro di sinfonia universale. Si è dato poco spazio alle ciance, la rilettura de “La Buona Novella” è avvenuta quasi esclusivamente in maniera musicale, senza perciò stravolgere il lavoro originale; del resto, le musiche e i testi di questo album, non hanno bisogno di ulteriori e inutili parole, poiché sono in grado di entrare dritte nel nostro stomaco e di soddisfarlo pienamente.  “La Buona Novella” non si spiega, la si vuole ascoltare come una favola, una storia, una novella. Però una punta di insoddisfazione da parte mia c’è stata. Avrei voluto ascoltare l’ultimo pezzo dell’album: “Laudate hominem” che è quello più corale e suggestivo. Hanno cantato i primi versi ma poi non hanno continuato, chissà perché. Quel brano è un ottimo pezzo di chiusura dell’album (sarebbe stato un ottimo pezzo anche per la chiusura del concerto), è una conclusione travolgente affidata ad un coro di persone, affidata all’essere umano. <<Ancora una volta/abbracciammo/la fede/che insegna ad avere/ad avere il diritto/ al perdono, perdono/sul male commesso/nel nome d’un dio/che il male non volle,/il male non volle,/finché restò uomo/uomo./Non posso pensarti figlio di Dio/ma figlio dell’uomo, fratello anche mio>>.