Garbo in Karénina

17 luglio 2011

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Il quotidiano

16 giugno 2011

Tonight, tonight

17 marzo 2011

Dall’album Mellon Collie and the Infinite Sadness (1996)

I pesci

9 marzo 2011

Uno dei miei piaceri più grandi consiste nel guardare i pesci morti. Al mercato, dal pescivendolo, al supermercato, all’ipermercato, al ristorante. Non appena vedo un banchetto mi ci fiondo, e non compro quasi mai niente. Mi piace guardarli. Infatti è molto difficile spiegare questa cosa a chi li vende. Se si accorgono di te al banco, iniziano a proporteli un pò tutti, giustamente. E allora vado via infastidita, o li guardo da lontano. Non li compro perché non li so cucinare e anche perché mi piace vederli solo nel loro banchetto. I pesci solitari nel mio lavello non mi entusiasmano granché. Non mi piace toccarli, ho sempre il timore che in realtà siano vivi. Mi piace mangiare seppie, orate, polpi, tonno, gamberi, aragoste, cozze, vongole, gattucci, calamari, sgombri. Non mi piace mangiare murene, scorfani, granchi, conchiglie, ricci, sardine, alici, ostriche, anguille, razze. Preferisco sempre che li cucini mio padre o mia madre. Vincono su tutti i ristoranti di pesce in cui ho mai mangiato. Da piccola accompagnavo mio padre a pescare, io con la maschera, lui con il fucile e tutto l’armamentario da pesca. Adesso ho un pò paura delle immersioni, mi viene il panico. Con la maschera non si può guardare ovunque. E io mi giro in continuazione, perché ho il terrore che qualche pesce mi aggredisca alle spalle. Al mare indosso sempre delle scarpe per entrare in acqua, perché ho paura che qualche pesce nascosto nella sabbia mi punga un piede. E comunque alla spiaggia preferisco gli scogli. Ho paura dei pesci ma li ammiro. Li guardo incredula ogni volta, sono figli della solitudine del mare. Immagino le barche uscire la notte, immagino i pescatori nel buio del mare, in mezzo al nulla, solo loro sanno dove andare.

Mi viene in mente un libro di Franco Solinas, Squarciò. Gillo Pontecorvo ne ha fatto un film, La grande strada azzurra (1957)

The winner is…

10 gennaio 2011

Le perle per dirlo

8 gennaio 2011

Angela. Amo quello che ti sei lasciata alle spalle. Il tuo profumo, di melone, e pure aspro e immacolato come yogurt. Il tuo diaframma, lasciato, secondo la promessa, nel cassetto del mio comodino come un gettone di fedeltà. E le perle. Le perle.

Ho cominciato a trovarle questa sera, appena sono arrivato a casa. Mi aspettavo un bigliettino. Per essere franco, mi aspettavo un regalo. Sei così maniaca dei regali. Perciò sono entrato nell’appartamento con un’aspettativa a doppio taglio: temevo la tua assenza, ma non stavo nella pelle per la sorpresa che mi avresti preparato, il modo minuzioso che avresti scelto per farti ricordare. Ovviamente, in un primo momento non ho trovato nulla, e l’ho letto in maniera simbolica. Non lasciare piccoli doni era un modo per “dimenticarmi”. Mi sono sentito bramoso, turbato. Se non mi meritavo niente non mi avresti lasciato niente, giusto? Con lo stomaco strizzato, sono andato in bagno a lavarmi la faccia. E lì ho trovato la prima perla.

Era nel lavabo così intonata con lo smalto bianco che sembrava parte dell’impianto. L’ho raccolta e l’ho fatta roteare tra il pollice e l’indice. Riconoscendola: una delle imitazioni da poco prezzo del tuo giro di perle ultralungo, quelle sferette di opalescenza impossibile, che, srotolate, ti arrivano dal collo alle caviglie. La vista della perla mi ha fatto fermare il sangue. Portava una tale immagine di te, nuda, cinta alla vita dalle perle che addentavano piano la tua carne, evidenziandone la morbidezza e l’elasticità. Non ho visto nessun disegno dietro la perla nel lavabo, sono stato abbastanza tonto da metterlo sul conto degli incidenti. Come fa uno a perdere accidentalmente una perla sola? Mi sono strofinato la faccia e sono andato in cucina a preparare un drink.

La seconda perla era nel bicchiere da cocktail che ho preso dalla credenza. Subito, ho intravisto il tuo proposito, rimproverarmi per i miei schemi di movimento precisi, e la tua mano, non curata e macchiata di vernice, con una perla tra le dita. Il mio appartamento era pieno di perle. Bellissimo. Sei semplice e furba come una geisha. Per l’ora di andare a letto, ne ho trovate settantatre. Al principio, avevo frugato la casa stordito come un bambino in cerca di uova di Pasqua, acchiappando tutte le più facili. Quella nella credenza in cucina, tutti i tesori nei calici del vino e nelle tazze del caffè, e poi quelle del soggiorno: una perla in ogni pianta, perle sugli scaffali della libreria, una fila di perle in bilico sulla cornice della porta. Era pensato come un arco sotto cui sarei passato senza volerlo? Certo che sì. Tu progetti ogni cosa che fai.

Ho scovato alcune delle più difficili, quelle sotto i quadri e quelle nell’impianto luminoso. Poi ho deciso di mollare. Volevo prolungare l’operazione, sapere che per un altro giorno o due quelle vestigia di te mi rimanevano nascoste attorno. Le perle che avevo trovato le ho ammucchiate al centro del letto: lì, luccicando, erano indicibilmente femminili. Le perle sono per caso considerate simboli del clitoride? Domando, perché sospetto che lo sapresti.

Sono andato a letto presto, in tuo onore, e, lavandomi, ne ho trovate altre tre: una nel rubinetto della vasca (molto furbo), una nel piattino del sapone, e quella che è schioccata fuori da mio tubetto del dentifricio (come avrai fatto a  farcela stare?). Questo portava la somma a settantasei. Dovevo essere prossimo alla fine del filo.

I miei pensieri e la mia devozione a te, amore. E’ così scorante e corrosivo come avevamo immaginato? Non preoccuparti. Sei mesi non è tanto. Nel frattempo, ti aspetto qui nel mio appartamento stellato di perle.

Mattina. Ne ho trovato un altro paio subito, nelle tasche della mia vestaglia. E poi quella nel caffè. Quella si è presentata in modo particolarmente divertente. Avevo messo il macinato a cucchiaiate nel filtro, e ci avevo versato l’acqua, poi ho trovato la perla, appoggiata sulla schiuma come un tesoro lasciato dalla marea su una spiaggia sporca. Bello. Ho paura che quella nel tostapane non fosse proprio una buona idea. Si è squagliata, e ha sprigionato una specie di fumo che sospetto fosse tossico. All’inizio ho pensato che il toast si stesse bruciando, e l’ho tirato fuori, per trovare un’altra perla, surriscaldata a forma di lacrima, aggrappata al pane. Non puoi immaginarti l’odore. Non pensi che, per un verso o per l’altro, usino la benzina nella produzione di perle sintetiche? A ogni modo, sono tutto mescolato e felice. Hai trovato il regalo che ti ho nascosto in valigia? E’ la più calda che ho trovato. Il commesso ha detto che niente è caldo come la lana irlandese.

E a me, il nome “Yale” suona freddo. Se mi capitasse la parola a sciarada, opterei per “suona come”, e mimerei un grecale: vento a rompicollo, neve soffiata a forma d’aghi. Odio che tu ti arrenda a questo vento, la fredda “Y” che toglie il fiato a quella lunga “a”, scivolosa come il ghiaccio. Lo so che potrebbe essere buono per i tuoi dipinti. Ho pensato di chiamarti stamattina, ma ho deciso di rispettare il patto. Così sono rimasto seduto nell’appartamento, nella vestaglia che mi hai regalato, e mi sono allenato a mandare telepatigrammi illustrati: io e te insieme, a molti anni da qui, su un’isola del Canada, un posto luminoso saturo di luce grigia pallida del Nord, dividendo camera e cucina ma mantenendo studi separati, dove i nostri quadri fioriscono come grano. Ti è arrivata l’immagine? Dopo aver provato a inviarti quella, devo ammettere che ho lavorato su certe altre più private, cose non adatte a trasmissioni internazionali. Quei tuoi fianchi e quelle tue cosce. La giungla folta e iperirrorata. La tua grandezza mi fa sudare. Ti amo di più perché non sei bella, per la risolutezza magrissima del tuo viso e la bocca severa. Sei fredda e appetitosa come la luna. Le immagini dite mi hanno talmente coinvolto che stavo facendo tardi per la lezione, sono corso fuori casa non rasato, con una perla per ogni tasca della giacca e, come ho realizzato a metà della scala, troppo tardi per farci qualcosa, con una perla nella scarpa sinistra.

La mia classe era dura di comprendonio come al solito. Com’è possibile che gli universitari producano linee così rigide e insensibili? Non è gente insensibile. Ma io non saprei disegnare niente di così morto se ci provassi. Non ce n’è mezza dozzina per generazione come te. Il tuo senso del volume, quei grigi delicati, senza fondo. E sai sempre esattamente dove incidere. Il mio preferito è sempre il piccolo dipinto vellutato color topo, squarciato da quella coda di cometa ribollente in verde. Io avrei associato il verde chiaro coi corridoi dell’ospedale. Solo tu potevi dare i denti a quel colore.

Non perdere mordente, angelo. Guardati dal nemico: le Cinque Sezioni infernali. Cinque sezioni tra disegno e multimedia, classificazione universitaria, che può ottunderti come una dieta di cibo olioso e stracotto. Se non fossi capitata in questo far west universitario, rendendo la mia vita opalescente, ora potrei essere morto di indigestione.

Ho schivato una riunione del dipartimento (tema: la deformazione esercitata sul nostro bilancio dall’uso indiscriminato di graffette, laddove le puntine sono altrettanto efficaci a un costo dimezzato), per andare a casa e trovare qualche altra perla. In un’ora, ne ho localizzato due dozzine. Se dipingere non ti dà risultati, potresti riuscire a trasformare questa neoscoperta abilità in una specie di carriera. Chi, se non un genio, avrebbe penato di nascondere le perle non solo tra le assicelle di una veneziana ma anche nelle pieghe della tenda, producendo una doppia pioggia ticchettante. Sono cadute, come programmato, ai miei piedi. Adesso è sera tardi, e non hai rotto il patto. Se devo essere sincero, sono un po’ sorpreso. Per quest’ora mi aspettavo una telefonata concordata o no. Sei così forte, accidenti.

A proposito, le perle nello scolo della doccia hanno intasato tutto in modo tremendo. Non le vedo, chiaro, ma so che devono essere là, perché quando provo a usare la doccia, l’acqua mi risale contro gorgogliando, tenace come la sfortuna. Lo scolo funzionava bene prima che tu partissi. Ho l’idraulico fra due martedì, che il meglio che sono riuscito a combinare. Gli idraulici al giorno d’oggi fanno più affari della maggior parte dei pittori.

Ho provato a lavorare a dei quadri dopo cena, ma non avrebbe funzionato. I quadri continuano a guastarsi uscendo da me. I miei colori diventano torbidi, e non riesco a metterci la profondità dentro. Non ti è mai successo, vero? Il mondo nei tuoi occhi è sempre stato un posto profondo e spaventoso proprio come il tuo corpo, eminentemente degno di essere dipinto. Ecco perché Yale ti ha voluto tanto. Per essere sincero, invidio la tua freschezza. E per essere atrocemente sincero, invidio il tuo talento. Sono orgoglioso di essere stato un tuo maestro. Nota la formulazione qui: avrei potuto definirmi anche semplicemente “il tuo maestro”, invece di orgoglioso di essere stato un tuo maestro, sottointendendo che sono stato l’unico. Ma so che ce ne sono stati tanti altri.

Compresa la perla nel tostapane, ora sono arrivato a centoventitre. Messe fianco a fianco, in una linea punteggiata, arriverebbero di sicuro dal mio letto alla porta d’ingresso. Faccio le undici, e non hai ancora chiamato. Ho pensato di farlo io, ma cavoli, romperei il patto. Sono io quello che è venuto a stare in Oklahoma, a insegnare l’ininsegnabile. Sono io quello i cui rosa aspirano a essere tersi e shocking come una ferita incisa sul fianco di un salmone vivo, e i cui rosa continuano a uscire prevedibili come fango. Mi venisse un colpo se infrango il patto e chiamo.

Mattina numero due. Ho dormito vestito, con le perle accanto. Un drago che fa la guardia al tesoro. Sono un po’ drago, no? Non sono carino, e non sono più esattamente quello che si direbbe giovane. Non sono un ventiduenne mago della velocità che frusta il vento sulla New Haven, questo è certo. Preparo la colazione, e non trovo perle. Sembra una frase da usare per descrivere una casalinga frustrata, no? L’incipit della sua storia: Betty Barnett cucinò stufato d’ostriche per la sua famiglia ogni venerdì da trent’anni, e non trovò mai una perla. Mi metto a fare il caffè, tosto il pane.

Ormai ho raschiato tutte le tasche. Non avrei dovuto essere così ingordo. Non avrei mai dovuto accettare il tuo patto folle. Perché niente telefonate? Perché un embargo sulle lettere? Insisti con i tuoi test, non è così? Sei stata troppo a scuola, se vuoi un’opinione schietta. Forse la geografia non si deforma sottoposta a test, ma le persone sì. Perciò in quattro mesi, scopriamo se la nostra opinione dell’altro è abbastanza forte da sopportare la separazione. La consapevolezza una volta o l’altra può tornare utile, lo ammetto. Per ora, ho il tuo diaframma, centoventitrè delle tue perle, e le mie cinque lezioni quotidiane. Oggi ho spiegato selvaggiamente, urlando ad ogni allievo che non riesce a disegnare come te. Darai un nome a questo college di pezzenti, lo sai questo? No, strilla il professore di Arte. Riempila così questa pagina. Sposta la figura leggermente più giù, bagnale i piedi nello spazio che la carta non occupa. Fate alla maniera di Angela Feinstein. Così il metodo Angela Feinstein è stato introdotto, all’insaputa dei suoi studenti.

Stasera, chiamo. Non ci sei. So che è squilibrato, ma non posso smettere di pensarci: sei con qualcuno. Un pittore cannato di Yale, coi rosa da leggenda. Che ti invita su da lui, per mostrarti i suoi rosa. I diaframmi si trovano in qualsiasi farmacia. No? So così poco di meccanica femminile. Non so neanche dove si compra un diaframma.

Mi mangio una ciotola di Grapenuts per cena, e sai cosa ruzzola fuori dalla scatola dei cereali. Sai cosa ci faccio con quella? La inghiotto come una pillola. Vado dritto nel mio studio e inizio a dipingere, come aspettandomi che la droga faccia effetto. Niente di insolito mi guida la mano.

Un giorno, una notte, un’altra notte. Ho chiamato altre tre volte, e ho paura di chiamare di nuovo. Paura di trovarti a casa, e paura di non trovarti. Altre perle sono affiorate: dentro al ricevitore del telefono, infilate in mutande che non indossavo da anni, scotchate sul fondo del cassetto dove tengo il giornale. C’è qualcosa di mio che tu non abbia toccato? Metto le perle insieme sul pavimento, disposte a ovale, e formano una collana di lunghezza impossibile. Sei uscita a comprare delle perle in più, non è vero? Ora le ho tutte. Ho ispezionato l’appartamento a fondo, come una spia in cerca di microfoni nascosti. Ho trovato cose che non sapevo di avere. Ma adesso sei circoscritta. Ho fatto una stima completa dei tuoi lasciti. Posso sistemarli in una scatola di scarpe, e chiudere il coperchio.

La mattina dopo. Hai vinto tu. Sei troppo furba per me. Non ho controllato il ghiaccio, giusto? La coreografia non poteva essere migliore. Come probabilmente sai, dai segnali radio che queste perle di certo ti mandano dal momento in cui raggiungono l’aria priva di interferenze, ieri sera ho fatto salire una ragazza. Una ragazza, non una donna. Una delle mie studentesse, che è maledettamente più graziosa del suo nome. Si chiama Tilly. Ho invitato Tilly a casa perché pensavo che avrei potuto morire di solitudine e rancore, e perché non hai risposto al telefono quattro volte di seguito. La seduzione che avevo inscenato era un capolavoro di automortificazione: Vivaldi allo stereo, forti schiaffi di colonia sul collo e sulla pancia. E peggio ancora: tutta la storia della mia vita, con le appropriate ellissi. Devo aver parlato a Tilly per un’ora e mezza. Non mi controllavo. Tilly, benedetta ragazza, stava tutta attenta, sorseggiando garbatamente la soda che aveva chiesto al posto del vino offerto dallo sfruttatore. Il suddetto sfruttatore beveva abbondantemente il suddetto vino. E continuava a parlare.

Il mio racconto aveva raggiunto un tratto imbarazzante, la parte complicata sulla mia riluttanza a lasciare l’Oklahoma, e la conseguente lotta generatasi tra noi due (le tue insinuazioni riguardo al mio essere coniglio, la mia stessa paura del fallimento, la paura del successo); Tilly si concentrava, o simulava concentrazione, col suo bicchiere di soda tenuto vicino alla faccia, il bordo schiacciato pensosamente contro la guancia. Le ho detto che ero terrorizzato da tutti i pittori più acclamati di me. Le ho fatto una dimostrazione di cosa può causare quel genere di terrore al processo creativo della pittura: ho mimato un’esplosione nell’aria con le mani. E in quel momento, il ghiaccio nella soda di Tilly si è sciolto abbastanza da liberare tu-sai-cosa. Galleggiava indolente, tra bolle chiare. Tilly non l’ha notata. Ha pensato che stessi fissando, inebetito, il suo viso.

Serve che ti dica che mi sono sentito come in un racconto di Edgar Allan Poe? Che avresti anche potuto uscire tu stessa dal bicchiere, librandoti come fumo sopra la spalla sinistra di Tilly e scandendo la parola “coniglio” rivolta a me, mentre Tilly veniva sorseggiata via, beatamente come in un sogno? Naturalmente, l’ho mandata a casa. Certo, era offesa. E, per i prossimi tre mesi, affronterò i suoi occhi feriti e le spalle tese ogni lunedì, mercoledì e venerdì all’una e trenta. Cosa vuoi da me? Non posso sopportare il fatto che, da qualche parte nel mio appartamento, avrebbero potuto esserci altre perle. Devi averle fatte cadere nelle ventole del riscaldamento, nelle budella dell’aria condizionata; sono sicuro che mi guardano mentre dormo. Non lo so quando ci siamo coinvolti così tanto da rendere possibile una cosa come questa. Che io potessi sentirmi così invaso, e così isolato. Oggi avvolgo il tuo diaframma nella carta marrone e te lo spedisco. La tua comunicazione simbolica base. Gli uomini e le donne privati del contatto telefonico devono, a quest’età avanzata, ricorrere ai pittogrammi. Aspetto ardentemente la tua risposta.

E otto giorni dopo, arriva. Tre metri di spago da gioielliere. Cosa diavolo vuoi dirmi con questo? Qaundo ho visto la busta, ho pensato che avessi ceduto e scritto. Ma no, tutto quel che conteneva era lo spago. Dovrei farti una collana, eh? Tenerti le perle in  ordine? Custodire la fiamma? No, grazie. Riconosco di non aver passato il test. Non sono come te. Ho bisogno di comodità. Lettere, telefonate. Mattine e sere tranquille, cene meritate, lavoro fattibile. Mi riservo il diritto di trovare conforto in un nuovo paio di scarpe.

E sono un uomo fifone. Mi spaventa la luce accecante, la fame di dolore che vedo in voi persone che sparite nella pittura. Perciò ti prego, risparmiami. Quando torni, se torni, non telefonarmi, e non passare da me. Ho pensato di cambiare casa, per smettere di fare il sonnambulo andando in cerca di perle a tentoni.

Lezioni, riunioni, di nuovo lezioni. I miei giorni si misurano in segmenti ordinari. Sono benevolo in classe, paterno; gli studenti pensano che io sia sensibile alla loro crescita, e gli piaccio di più.

Persino Tilly ha rilassato le spalle, abbassandole gradatamente quando mi acciglio sopra il suo lavoro, assorbito in esso, suggerendole modifiche alle linee dei capelli. Lei è veramente carina, con le membra fresche e d’oro. E ha cominciato ad adattarsi all’idea che io, come artista, sia autorizzato ad attacchi di maleducazione, cadute di gusto. Tempo una settimana o poco più, e probabilmente posso tornare a invitarla.

Ho attorcigliato lo spago da gioielliere alla caviglia, così stretto che interferisce col flusso del sangue. Il mio piede sinistro di solito è intorpidito e formicolante. Se ho iniziato a zoppicare, comunque, qui nessuno me l’ha ancora detto.

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Un inedito del 1982 di Michael Cunningham, apparso il 13 marzo 2010 su D