Tanti libri per Sarajevo

25 febbraio 2011

Nell’agosto del ’92 a Sarajevo venne bombardata la biblioteca nazionale Vijecnica. Il bombardamento provocò ingenti danni e andarono distrutti migliaia di libri e documenti. L’organizzazione Humanity in Action Senior Fellow Network sta cercando di ricostruire un nuovo patrimonio per la biblioteca. Per questo motivo è nata l’iniziativa “Books 4 Vijecnica”: chiunque fosse interessato può donare due libri 1) di discipline sociali, giuridiche, filosofiche, letteratura, medicina ecc. 2) di storia, usi e costumi del proprio paese di appartenenza. L’ indirizzo a cui spedire i volumi è:

University of Sarajevo – Campus Zmaja od Bosne, bb. 71000 Sarajevo, Bosna i Hercegovina.

per maggiori informazioni: http://www.nazioneindiana.com

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Altri Destini di Walter G. Pozzi edito da Paginauno è <<la vicenda di un giornalista indipendente preso tra le maglie della repressione politica e giudiziaria, riemerge trent’anni dopo dalle indagini del figlio in cerca della verità e di una memoria di cui diventare partecipe. Sullo sfondo, gli anni Settanta culminati nel processo “7 aprile”. Dal casuale ritrovamento in un armadio di un maglione sporco di sangue, inizia il viaggio a ritroso nel tempo dell’introverso e disimpegnato Roman Zeri; un viaggio che lo porta a indagare sulla vita di suo padre Max, coraggioso direttore di un settimanale indipendente, e sugli oscuri motivi che lo hanno scaraventato in una storia kafkiana fatta di arresti, interrogatori e processi. Un susseguirsi di colpi di scena scandisce il percorso, anche interiore, di Roman, il quale, scartabellando tra vecchi documenti, fotografie del passato e ritagli di giornali, entra in contatto con una realtà che fino a quel momento aveva ritenuto impensabile. Sullo sfondo della vicenda, la nostra Storia, quella tragica e tuttora irrisolta degli “anni di piombo”, delle manifestazioni, degli scontri con le forze dell’ordine, del “terrorismo”, delle bugie di Stato, del processo “7 aprile”, della violenza che ha stravolto le vite di tutti. E cambiata risulterà anche l’esistenza di Roman, la sua visione del mondo, la prospettiva con la quale guarderà al suo futuro, tanto da esclamare, al culmine di una profonda crisi di coscienza >>.

Walter G. Pozzi, nato a Monza nel 1962, ha pubblicato Il corpo e l’abbandono (Tranchida, 1997 e 2000) e L’infedeltà (Tranchida, 2000). E’ fondatore e direttore editoriale della rivista di analisi politica, cultura e letteratura Paginauno e insegnante di scrittura creativa.

http://www.paginauno.it

 

 

E’ domenica, è luglio, è Milano. Abito in una zona abbastanza periferica, il mio palazzo dà su un vialone in cui ogni giorno sfrecciano centinaia di macchine. In mezzo al vialone c’è un serpentello verde, è uno spartitraffico trasformato in parchetto, ci sono pure i giochi per i bambini, c’è un castello, in mezzo al traffico, in mezzo al casino. Mi fanno pena quegli alberi con le foglie color verde sbiadito, intrise di polveri e di fumi micidiali. Qualche volta ho sostato in quel parchetto, quando ancora mi sembrava bellissimo, e ci trovavo il ragazzo che pisciava sulla siepe e le giostre vuote e in movimento che attendevano bambini inesistenti. La mia finestra dà sul cortile interno del mio palazzo, quel cortile che ogni mattina la portinaia pulisce per benino. E’ un bel cortile ampio e molte volte ho pensato che sarebbe stato bello organizzare delle feste di palazzo. I miei vicini sono quasi tutti immigrati e quasi tutti gentili. Dicono che Milano sia una città poco ospitale ma oggi io ho assistito ad una calda lezione di ospitalità. Quando sono rientrata dalla mia gita domenicale (tenutasi nella piscina di plastica piazzata su un orto qua vicino) annusavo nell’aria qualcosa di diverso, qualcosa di buono. Appena entrata nel palazzo mi sono accorta di un insolito via vai nel cortile. Quando sono entrata nel cortile, in genere luccicante e deserto, c’erano diverse persone che si apprestavano ad imbandire una tavola. Altre bevevano e mangiucchiavano, altre ancora boccheggiavano sulle sdraio. C’era addirittura la musica e i cuba libre e… udite, udite… c’era una piscina di plastica gonfiabile colma d’acqua! Ero notevolmente stupita e il mio saluto, di solito serio e formale si è trasformato in un sonoro  e grande “ciaao!”. Erano tutti lì la portinaia, i filippini, i saudamericani, anziani e bambini. Tutti lì a condividere il cibo, il caldo le ferie. Non ci potevo credere. C’era ancora qualcuno disposto ad uscire dal proprio guscio di diffidenza mascherata da indifferenza per unirsi assieme agli altri, a quegli sconosciuti che ci passano di fronte ogni mattina ai quali rivolgiamo niente meno che un riluttante sguardo. Erano tutti lì che se fregavano delle differenze, delle lingue  e dei colori della pelle. Sinora questo è uno dei più bei volti che ho visto di quella cosa che si chiama immigrazione. Immigrati. Una parola che spesso mette a disagio, non si sa di che si parla ma mette angoscia, inquietudine, paranoia. Immigrazione è una di quelle cose che leggi nei titoloni scuri e intimidatori dei giornali. Mica la si vede! Si sa che esiste e che è negativa. E’ quell’omone che ti ruba il lavoro, ti maledice nella sua lingua e mangia i bambini. E’ quella donna piena di veli che ti nasconde il volto, ruba al mercato e fa solo figli. E invece no. Immigrazione è quello spiraglio di vita nel caldo opprimente di questo luglio, sono quegli sguardi felici e complici, sono quei balli comuni e improvvisati sulle note di una lambada o di una maccarena. Non è un sogno, accade sotto casa mia.

ps: voglio essere polemica. I luoghi comuni con cui ho dipinto gli immigrati esistono. Molti ora dicono che è acqua passata, roba di vent’anni fa, sono come noi, sono integrati. Integrati nel senso che ognuno si fa i fatti suoi. E questa non è integrazione. Il rendersi invisibili non è segno di integrazione.

Avviso: sto per parlare di facebook. Se mentre leggi questo articolo ti viene un prurito, ti si rizzano i peli, arrossisci di collera, lascia stare. Cambia pagina, non è per te.

Ci sono molti segnali che mi fanno pensare che facebook sia uno strumento limitato e limitante. O se ne parla in maniera positiva, e per farlo, devi averlo e se ce l’hai allora perché critichi? O se ne parla in maniera negativa e quindi probabilmente non ce l’hai, e se non c’è l’hai, se non l’hai vissuto, che parli a fare? Io ora, per poterne parlare, mi trovo in una posizione ottimale: ce l’avevo per due anni e poi mi sono cancellata. Facebook fa leva sull’ipnotizzante gioco del “passaparola”. In tutti i passaggi, dall’iscrizione, alle amicizie, ai giochi, ai gruppi, c’è sempre di mezzo un passaparola. Qualcuno fa o dice qualcosa prima di te e tu condividi. Prima di annullare il mio account definitivamente mi sono chiesta: ma perché mi sono iscritta? E mi ricordo che mi sono iscritta in seguito alle affermazioni di un’ amica che mi diceva “ma che invenzione geniale! Ge-ni-a-le! Ci sono tutti i miei amici, che bello, ti devi iscrivere!”. E io, che ancora non avevo capito niente, le chiedevo “ma che cos’è? Ma come funziona?” e lei vaga “mah… tu ti iscrivi e poi fa tutto da solo, se non ti iscrivi non puoi vedere, non puoi capire”. Allora io, che conservavo un briciolo di diffidenza, una sera, ho cercato Facebook su Google. Mi appariva una schermata e tutto si riduceva a due cose: accedi o registrati. Niente da fare, per conoscere quel mondo dietro la pagina bisognava per forza iscriversi. E dunque mi sono iscritta. Le ripetute estasi che provava la mia amica, in seguito a commenti o a nuove amicizie, io non le ho mai provate. Era sconvolgente per me scrivere un nome (facebook è reso famoso sopratutto per il  fatto che puoi recuperare o sbirciare il profilo di persone remote) e vedere che si apriva una pagina e se questa era una persona per me sgradevole, temevo di cliccare per sbaglio “aggiungi agli amici”. Per molto tempo ce l’avevo là, silenzioso e a volte mi faceva quasi paura.

Molte persone non appena si accenna una battuta o una critica sul fantastico social network, tappano occhi e orecchie, ma non solo, ti insultano. E’ come se tu stessi attaccando la loro divinità. Sono agguerriti.  Altri tendono a sminuire di fronte a te l’importanza di facebook, ma lo fanno per nascondere la loro quotidiana dipendenza. Altri ancora, non importa ciò che dirai, dicono subito che chi critica facebook non ne capisce l’importanza. Poi c’è chi non ce l’ha affatto e dunque non sa di che si parla.

Tornando alla mia eliminazione da facebook posso dire che sono due gli elementi che mi hanno spinto a scegliere di non esserci. Punto primo. Non riesco ad adattarmi al carattere selettivo e categorico che ha assunto ogni singolo tentacolo di facebook. Sei amico o non sei amico. Ci sei o non ci sei. Sei fan o non sei fan. Su facebook non esiste una via di mezzo, per far in modo che tu esista devi essere una cosa o l’altra. E, badate bene, si può aderire liberamente a tutto senza dare nessuna spiegazione, basta un click per non dire la tua. E’ questa una delle supreme e subdole comodità a cui è giunta la nostra modernità.

Punto secondo, la questione delle amicizie. L’idea di recuperare dei rapporti, come dicono in molti, non è malvagia. Uno fresco di iscrizione, come punto di partenza, va alla ricerca di tutti quei nomi di gente conosciuta e poi persa. Ma non si rende conto che questo è un punto morto. Facebook tenta, in maniera grossolana e superficiale di dare una risposta ad uno dei quesiti più affascinanti della vita: che fine fanno i rapporti fra esseri umani? E’ semplice, non devi fare niente, devi solo cercarli su facebook e così ci facciamo carico di persone dalle quali ci siamo allontanati (per tutte le nostre buone ragioni, ai tempi in cui ci inventavamo delle ragioni!) e che altrimenti non avremmo mai cercato. E ad un certo punto ce li ritroviamo là contati, ammucchiati e confezionati sullo schermo: il compagno di banco, il cugino, l’ex amica del cuore, l’amico di amici, il padre di chissà chi, l’ex fidanzato. Sembrano tanti bei prodotti, già perché alla fine ognuno produce se stesso, ma assomigliano a dei barattoli di latta, li abbiamo rispolverati ma sono vuoti. Vuoti nel senso che continueranno a non influire nella nostra esistenza. Dovrei dunque tenermeli buoni (come dicono in molti, perché non si sa mai nella vita…) esposti alla pubblica indifferenza? No grazie. Quando ho capito tutto questo ho deciso di lasciare il mondo blu di facebook. Cosa mi rimane? Un profondo disgusto per faccine e sorrisini e tanto affetto per il mio ristretto gruppo di amici.

Per sempre?

14 giugno 2010

L’altro ieri, ho partecipato al festival “Scrivere sui margini” tenutosi a Milano presso il Villaggio Barona. Sul volantino leggo che questa è la seconda edizione del festival e l’idea non è niente male “Tempi di recupero è il filo conduttore di questa edizione del festival: un percorso tra letterature e società, nel tentativo di dare voce al sentimento, sempre più diffuso, di vivere in un’epoca in cui creatività e innovazione si impongono come requisiti indispensabili per pensare ed attuare il bene comune. Perché ciascuno di noi, in fondo è in tempo per recuperare qualcosa. Magari scrivendo sui margini delle proprie giornate”. Quando ho trovato la cartolina, ho pensato che i presupposti erano interessanti, si avvicinava molto a quello che cercavo. La location era fantastica, ampia, moderna, un grande giardino, un auditorium. Alle 18 nel giardino c’era la presentazione del libro di Silvia Avallone e Sandrone Dazieri. Contrariamente a quello che mi aspettavo c’era poca gente. Come mai? Non so, mi è sembrato che il festival fosse ben ideato, ben programmato, eppure mancava qualcosa. Mancava quel legame fra organizzatori/autori e partecipanti/pubblico. Si avvertiva un netto divario tra questi due “schieramenti”. Non c’era dialogo. Alla presentazione di Avallone e Dazieri non c’è neppure il tempo per le domande del pubblico. Uno dei tentativi per affievolire il divario e coinvolgere le persone è stato il laboratorio di scrittura con Ferruccio Parazzoli al quale ho partecipato. E’ stato indubbiamente interessante ma sono sicura che si poteva fare di più. Mancava quel tocco che avrebbe permesso alle persone di uscire entusiaste dal Villaggio Barona. Gli organizzatori, per le prossime edizioni, dovrebbero pensare a dei modi creativi e innovativi per coinvolgere le persone. Sarebbe un peccato se così non fosse perché i presupposti sono molto positivi. Buona la presentazione di Acciaio, non ho ancora letto il libro.  Peccato che non ci sia stato tempo per le domande, avrei voluto chiedere a Silvia Avallone: <<Trovi che le possibilità di riscatto sociale per le persone di cui parli nel libro siano simili a quelle che cercavano le persone delle borgate romane di cui parlava Pasolini?>>.

Elezioni comunali

1 giugno 2010

E’ vero mi sono astenuta tante volte. Ho rotto un digiuno durato otto anni. La mia prima volta a 18 anni. La seconda a 26 anni. Durante questi otto anni vivevo il riflesso di ciò che succedeva, vivevo le emozioni degli altri, donavo il mio sostegno invisibile a chi perdeva o a chi festeggiava. Ero una buona spalla ma non ero protagonista. Facevo grandi riflessioni, elargivo sentiti commenti con la consapevolezza di non essere completamente parte di loro. “Chi hai votato?” mi chiedevano “nessuno, non sono scesa a votare, ma spero che vinca x perché bla bla bla bla”.  Talvolta mi sembrava di leggere negli occhi di chi mi ascoltava “è tutto molto bello, ma non hai votato”. Quest’anno però sono riuscita a votare per le elezioni comunali nel mio paese. Dopo anni di assenza, nonostante il mio interessamento impalpabile, potevo comunicare a tutti che la mia presenza si sarebbe trasformata in voto. Nella mia candida ingenuità fremevo e chiedevo a chiunque un parere sulle elezioni, un commento sui candidati, una piccola previsione. Ero molto “lanciata” e pensavo di strappare tante informazioni e curiosità sui candidati e sulle liste. In giro, al bar solito, trovavo i programmi delle liste e li leggevo attentamente, poi davo un’occhiata ai candidati e mi consolavo pensando che per lo meno avevo presente chi fossero. Una volta arrivata in paese mi aspettavo di trovare tante riunioni, tanto coinvolgimento, qualche comizio, un incontro pubblico. Invece mi attendeva il niente. Quel niente che caratterizza le giornate di freddo pungente in cui nessuno esce di casa, nessuno di fa sentire. Inoltre, a poco a poco, mi rendevo conto che la gente non aveva voglia di parlare. Erano tutti molto vaghi, poco spontanei, ci pensavano bene prima di dir la loro e aspettavano sempre di sentir prima il tuo parere, solo dopo avrebbero detto il loro, sorridendo. Finalmente un giorno avevo trovato un volantino che diceva ci sarebbe stato un comizio fissato per il giorno dopo. Ero entusiasta, potevo sentire dal vivo le proposte dei candidati. Pensavo che ci sarebbe stato un grande pubblico, come quello che di solito affollava le feste in piazza. Ci doveva anche essere musica dal vivo! L’appuntamento era fissato per le 21.00. Conoscendo le abitudini e i sacrosanti ritardi dei miei paesani mi presento in piazza con mezz’ora di ritardo. Una musica tentava di distrarre dal vuoto che inevitabilmente affollava la piazza. Non ci potevo credere! Decido di andare al bar per far passare un po’ di tempo ancora, perché i miei paesani sono degli inguaribili ritardatari. Ad un certo punto il comizio stava iniziando, un ex sindaco faceva un’introduzione prima di presentare il candidato della lista. La noia che mi procuravano le sue parole non mi permettevano di guardarlo mentre parlava, in realtà non riuscivo neppure ad ascoltarlo e mi guardavo attorno, convincendomi del fatto che quell’evento aveva richiamato si e no cento persone, ma anche meno. Quando il candidato sindaco ebbe finalmente preso la parola un’altra manciata di persone si era aggiunta a quelle che stavano già in piazza. La grande ondata di gente non ci sarebbe mai stata. Si potevano riconoscere amici e parenti dei candidati, qualche infiltrato e pochi curiosi. Il candidato sindaco parlava, si notava la sua volontà estrema di comunicare, calcava le parole, gesticolava. Diceva cose sante e giuste, tutte quelle cose di cui amano riempirsi la bocca molti politici italiani. I discorsi erano retorici ma non poteva essere diversamente. Quel comizio aveva tutta l’aria di esser stato organizzato in fretta e furia, era un modo per esserci, a due giorni dalle elezioni. Il candidato ha fatto un breve discorso, pensavo che altri avrebbero preso la parola, ma invece niente. Invece, musica! Ma se due giorni prima delle elezioni si trovava raramente qualcuno disposto a parlare di elezioni, quando mancava un giorno alle elezioni pareva fosse esploso il boom della politica. Sentivo pareri e opinioni da tutte le parti, senza nemmeno chiedere niente. Quasi tutti, al bar, in famiglia, ovunque erano disposti a dire la loro, fare previsioni, delineare futuri scenari, individuare fannulloni e brave persone. Tutti erano diventati bravi a fare delle piccole propagande elettorali e lo si capiva perché alla fine dei vari discorsi spuntava fuori il nome della persona che loro consigliavano vivamente di votare, per il bene del paese. Tutto era cambiato da un giorno all’altro e io non ci capivo più niente, le mie convinzioni personali venivano smontate felicemente, me lo dicevano con un sorriso, come a voler dire che le mie tesi erano simpatiche in teoria, ma la pratica andava vissuta giorno per giorno, cosa che io, abitando molto lontano, non potevo fare. La mia estraneità dai fatti del paese veniva vista bene e ovunque si materializzavano sorrisi, pacche e dignitose strette di mano. Il mio stupore ha potuto manifestarsi in tutta la sua evidenza proprio la mattina delle elezioni. Infatti venne, non a bussare alla mia porta bensì a squillare sul cellulare, la voglia matta di sentirmi di un mio lontano parente, che si era candidato per le elezioni. Non potei fare a meno di ascoltare incuriosita tutta la telefonata di questo signore che non vedevo da quando avevo compiuto 18 anni. Nonostante sapessi qual’era lo scopo di chi mi chiamava, la telefonata mi fece piacere. Mi venne in mente Proust <<(…) la diversità degli uomini, pur senza aspettarmi niente da loro o loro volergliene, mi incuriosiva, non feci caso alla sua meschinità, mi compiacqui della sua allegria quando si manifestò (…)>>.